Di due cose nostro padre parlava spesso (quando era tirato in ballo il suo passato di Artista): prima di tutto le burle che combinava in teatro e poi Pizzetti. Se la cosa non esauriva la curiosità dell’interlocutore, parlava di personaggi e drammaturgia. Mai di voce. Poi sì, sempre se incalzato, veniva fuori qualche altra cosa, ma briciole per uno che si poteva vantare di aver calcato e trionfato sui più prestigiosi palcoscenici del mondo. Sempre però con discrezione, addirittura con pudore. Fra queste briciole di ricordi San Sebastian, che gli aveva tributato un enorme successo in Carmen, occupava un posto speciale. Aver superato la prova di quel popolo fiero e irriducibile, sincero!, così visceralmente devoto all’opera di Bizet fu una cosa che gli si scolpì nel cuore. Ecco, quando parlava di San Sebastian i begli occhi celesti risplendevano colmi di gratitudine.
Massimo Cesare Annaloro
Ci fu un giorno in particolare, era il 1995 e io mi trovavo a Roma. Era un sabato pomeriggio e, come di consueto, papà seduto al pianoforte, spartito alla mano, suonava e commentava un brano musicale. Si trattava dell’Isabeau di Pietro Mascagni. Mentre mi illustrava le note dell'aria di Folco "Non colombelle", mi spiegava, ammiccando simpaticamente con l'occhio di chi la sa lunga, quanto fosse ai limiti dell'eseguibile. Da folle io stesso, gli chiesi di cantarla per me. Lui mi guardò bonariamente tentando di dissuadermi e di farmi capire che non aveva più l'età per cantare una cosa simile. Nonostante ciò mi trovai a insistere finchè non la cantò perfettamente, meravigliosamente: non avevo mai ascoltato nulla di simile. Aveva 75 anni e mentre cantava e interpretava il bel volto si trasfigurava letteralmente. In quel momento, davanti a me c’era un giovane della mia età neanche trentenne. Ecco cosa gli accadeva mentre interpretava, ma fu solo allora che ne ebbi la piena consapevolezza. Antonio Annaloro, mio padre fu davvero Kalaf, Don José, Radames, Manrico, Lohengrin e tutti gli altri a cui aveva dato corpo, anima e voce. In quel pomeriggio di primavera vidi e ascoltai il giovane Folco, conobbi il fuoco che gli incendiava il cuore e compresi cosa davvero fosse l'arte del canto. Azzardando affermo che tutti quei personaggi e i drammi che essi esprimevano in musica furono lui. Chiedo venia, ma mi è impossibile dissociarli dal suo intendimento, non potrei dire di più e soprattutto non potrei dire di meno, rispetto a quanto ho personalmente e fino a oggi segretamente custodito di quel pomeriggio di primavera.
Marco Annaloro

























