Di due cose nostro padre parlava spesso (quando era tirato in ballo il suo passato di Artista): prima di tutto le burle che combinava in teatro e poi Pizzetti. Se la cosa non esauriva la curiosità dell’interlocutore, parlava di personaggi e drammaturgia. Mai di voce. Poi sì, sempre se incalzato, veniva fuori qualche altra cosa, ma briciole per uno che si poteva vantare di aver calcato e trionfato sui più prestigiosi palcoscenici del mondo. Sempre però con discrezione, addirittura con pudore. Fra queste briciole di ricordi San Sebastian, che gli aveva tributato un enorme successo in Carmen, occupava un posto speciale. Aver superato la prova di quel popolo fiero e irriducibile, sincero!, così visceralmente devoto all’opera di Bizet fu una cosa che gli si scolpì nel cuore. Ecco, quando parlava di San Sebastian i begli occhi celesti risplendevano colmi di gratitudine.

Massimo Cesare Annaloro

Ci fu un giorno in particolare, era il 1995 e io mi trovavo a Roma. Era un sabato pomeriggio e, come di consueto, papà seduto al pianoforte, spartito alla mano, suonava e commentava un brano musicale. Si trattava dell’Isabeau di Pietro Mascagni. Mentre mi illustrava le note dell'aria di Folco "Non colombelle", mi spiegava, ammiccando simpaticamente con l'occhio di chi la sa lunga, quanto fosse ai limiti dell'eseguibile. Da folle io stesso, gli chiesi di cantarla per me. Lui mi guardò bonariamente tentando di dissuadermi e di farmi capire che non aveva più l'età per cantare una cosa simile. Nonostante ciò mi trovai a insistere finchè non la cantò perfettamente, meravigliosamente: non avevo mai ascoltato nulla di simile. Aveva 75 anni e mentre cantava e interpretava il bel volto si trasfigurava letteralmente. In quel momento, davanti a me c’era un giovane della mia età neanche trentenne. Ecco cosa gli accadeva mentre interpretava, ma fu solo allora che ne ebbi la piena consapevolezza. Antonio Annaloro, mio padre fu davvero Kalaf, Don José, Radames, Manrico, Lohengrin e tutti gli altri a cui aveva dato corpo, anima e voce. In quel pomeriggio di primavera vidi e ascoltai il giovane Folco, conobbi il fuoco che gli incendiava il cuore e compresi cosa davvero fosse l'arte del canto. Azzardando affermo che tutti quei personaggi e i drammi che essi esprimevano in musica furono lui. Chiedo venia, ma mi è impossibile dissociarli dal suo intendimento, non potrei dire di più e soprattutto non potrei dire di meno, rispetto a quanto ho personalmente e fino a oggi segretamente custodito di quel pomeriggio di primavera.

Marco Annaloro

Vita

Nascita e studi


Antonio Annaloro nasce a Palermo nel popolare quartiere di Vucciria il 10 Maggio del 1920 e viene registrato all’anagrafe il 12 Maggio con il nome di Antonino. I genitori Giuseppe Annaloro e Giuseppina Marullo erano palermitani; Marullo in particolare è un cognome antichissimo che affonda le sue origini nella Magna Grecia.

Dopo appena un anno di vita la famiglia, seguendo le vicissitudini lavorative del padre tipografo, si trasferisce prima a Verona per tre anni (il padre qui lavora al quotidiano socialista L’Avanti) e poi definitivamente a Milano dove il padre lavora stabilmente al Corriere della Sera.

Viene iniziato all’attività artistica nell’Oratorio milanese San Luigi Gonzaga dove studia musica e canto già a partire dall’età di sei anni, ed entra a far parte del coro, anche come solista, diretto dal Maestro Luigi Erba (un ex dell’Oratorio stesso). A nove anni interpreta la sua prima operetta e a dieci anni si esibisce al Conservatorio con la Corale Verdi di Milano e con la Ponchielli di Sesto San Giovanni di cui il Maestro Erba era direttore.

L’Oratorio era un’istituzione laica voluta da facoltosi industriali milanesi ed affidato alla gestione della Chiesa. Dotato di Chiesa, campi di calcio e teatro con le più aggiornate novità tecnologiche, dai proiettori ai microfoni e a quanto di meglio e di più la tecnologia potesse offrire in quel momento; in quegli anni fu la fucina di grandissimi talenti fra i quali gli amici Fausto Tommei, Gino Bramieri e Walter Chiari.

Si diploma con il titolo professionale di ragioneria, cosa che gli consente di trovare a 14 anni una immediata occupazione presso la Bosch di Milano in qualità di archivista.

Gli inizi


Al canto ci arriva per caso: una bugia per disimpegnarsi dall’impiego di archivista, lo obbliga a sostenere con successo improvvisate audizioni organizzate da Luigi Caprifoglio, industriale e amatore dell’arte lirica. Viene ascoltato da maestri e dirigenti: canta niente meno che “Che gelida manina”, “Spirto gentil”, “A te o cara”, imparate semplicemente dalla radio. Quindi è obbligato dalla bizzarra situazione a tentare l’esame d’ammissione al Conservatorio Giuseppe Verdi di Milano, dove vince ed è ammesso.

Studia con il maestro Riccardo Piccozzi che ha il merito di averlo indirizzato su quella strada interpretativa che poi fece sua, con il maestro di scena Cittadini e la signora Piciello. Come maestro accompagatore ha la fortuna di conoscere Cesare Chiesa, di cui diventerà anche amico, la cui casa era un vero tempio d’arte (con lui studiarono anche Siepi e Di Stefano). Lì conosce il baritono Giulio Fregosi, che gli propone un concerto al conservatorio: lo esegue sotto lo pseudonimo di Nino Loro, perché la direzione del conservatorio proibiva agli studenti di esibirsi in pubblico.

L’anno successivo è proprio con Cesare Chiesa che prepara il concorso per la borsa di studio, di cui è vincitore, messo in palio dal Ministero dell’Istruzione per un Corso di perfezionamento presso il Teatro Reale dell’Opera di Roma. Qui si perfeziona con il maestro Salfi e per la scena ancora Riccardo Piccozzi.

La grande facilità di emissione, che gli permette di arrivare addirittura ai sopracuti, lo fa entrare nelle grazie del Maestro Direttore Tullio Serafin tanto che quando nel 1942 deve presentarsi alle armi presso l’82° reggimento di Fanteria, è proprio grazie alle ‘buone cure’ del Maestro che non lo mandano fuori zona e può continuare regolarmente i suoi studi.

Più tardi si perfezionerà con Guido Farinelli, genero di Mascagni, che ha il merito di aver conferito alla voce maggiore professionalità ed omogeneità in tutti i registri.

Il debutto


Debutta nel Teatro Reale dell’Opera di Roma il 7 Maggio 1942 interpretando il ruolo del Pescatore nel Guglielmo Tell di Gioachino Rossini con Gabriella Gatti, Gino Bechi, Franco Beval e la direzione del Maestro Tullio Serafin, eseguendo tutte e quattro le recite in cartellone. Immediatamente impone la sua visione innovativa e moderna sul personaggio e sull’interpretazione, tanto da avere una divergenza di vedute con i registi Bruno Nofri e Oscar Saxida Sassi:

... ricordo che la notizia non mi diede alcuna emozione: tutti i giorni vi andavo a cantare e perciò mi sembrava in pratica di far parte già del teatro. Così quando iniziai le prove in palcoscenico ero del tutto tranquillo e anzi ebbi con i due registi dell'opera una breve divergenza di vedute sul personaggio e sull'interpretazione: mi rifiutavo di far la scena con un remo in mano perché il mio proposito era di fare quel che solitamente usano fare i pescatori: cucire le reti. La discussione divenne accesa, ma Serafin (che dirigeva l'opera) intervenne lasciandomi libero di esprimermi e di muovermi secondo i miei desideri.

Inizia un ‘giro’ di concerti al pianoforte per il Dopolavoro al Conservatorio di Bologna (dove esegue addirittura sette od otto bis), a Grado, a Trieste, ad Abbazia, a Reggio Emilia.

Locandina del debutto in Cavalleria rusticana

La prima vera scrittura la ottiene con La bohème di Puccini, diretta da Cherici, nel 1943 nel cinema-teatro Rex di Roma, poi Rigoletto in Toscana (Montevarchi e Città di Castello) e a Trento. Gli si aprono così le porte per i teatri della provincia.

Nello stesso anno torna a Milano dai genitori e conosce gli impresari Caldi e Dal Monte che lo scritturano per un blocco di 50 recite a 500 lire l’una! Gira nella provincia tra Bergamo, Ponte San Pietro, Erba, Suzzara, Vianda, Voghera… Esegue così Bohème, Rigoletto, Traviata (con Lina Pagliughi a Badia Polesine), Don Pasquale (ad Asolo di Mantova), Cavalleria Rusticana (a Seregno dove c'erano gli sfollati di Milano), Madama Butterfly, addirittura un’opera nuova L’incantatore di Luigi Barone (a Lecco).

Ma tra il 1943 e 1944 esegue ben più delle 50 recite previste ottenendo anche altre scritture direttamente dai teatri, al Goldoni di Venezia canta Madama Butterfly con Dolores Ottani. E sempre a Venezia inizia le trattative con la Fenice per Conchita con Gianna Pederzini…

…ricordo che il sovrintendente Corti voleva che andassi a studiarla con Pertile: e io andai, con tutti i mezzi di fortuna possibili, camion e altro, fino a Montagnana. Senonché, arrivato all'albergo vengo informato che c'erano le truppe tedesche che rastrellavano uomini per i lavori dell'organizzazione TOD: e così senza perdere un minuto dàgli a cercare di nuovo mezzi di fortuna per tornare a Milano…

Peggiorano così le condizioni dovute alle vicissitudini della guerra ancora in corso…

La guerra si fa sentire

Era un periodo in cui succedeva di tutto, come quando arrivai in una città come Cesena, al Bonci, per cantare la Lucia nel natale del '44: ma vengono uccisi due fascisti e allora coprifuoco e chiusura di tutti i teatri e spettacoli annullati. E si doveva tornare indietro... Oppure come il concerto a Forlì, dove il teatro era stato bombardato e noi non l'abbiamo trovato! Oppure Alessandria, dove i bombardamenti erano così forti che non si poteva fare niente, e anche da qui siamo tornati indietro subito.



C'è pure qualche ricordo un po' più allegro, naturalmente, come ad Erba: al Licinium cantavo la Butterfly con la Favero... “Dolce notte quante stelle...” e invece c'era un sole che spaccava le pietre…

Con la mia posizione militare intanto mi ero... come dire... arrangiato: sì, poter cantare senza avere noie era davvero la cosa più importante. Così, ero riuscito a far falsificare la data di nascita sulla tessera di Artista, portandola al 1919 perché questa classe non era stata richiamata. Il bello fu quando andai a ritirarla: avevo presentato la domanda scrivendoci sopra “Antonio Annaloro, nato a Palermo il 12.5.1919”, avevo pagato quel ‘qualcosa’ che c'era da pagare e finalmente vado a ritirare la tessera proprio tre giorni prima della legge che imponeva di fucilare i renitenti. E quello dello sportello mi dice: “Ma è proprio necessario dare le generalità false?”. Guardi, io mi sono sentito cadere, può immaginarlo, con tutta la gente dietro... “Ma che non lo sa che si chiama Antonino e non Antonio?”.

Poi con questo nome si scherzava, io e Votto: ma intanto quante peripezie!

Come quando fui arrestato a Casalmaggiore dalle Guardie Nere della Repubblica Sociale! Ero al ristorante con i miei impresari del momento, Caldi e Dal Monte. Questi mi arrestano sostenendo che stavo parlando male di Farinacci, e mi portano in albergo dal Comandante delle Guardie Nere. Chi era costui? Uno che si chiamava Annaloro Giuseppe! Questo si vede davanti uno che si chiama Annaloro Antonio di Giuseppe, come lui, e dice: “Vediamo un po’...”, invoca l'ordine pubblico perché la sera avevo spettacolo ed ero il tenore, e mi lascia andare a cantare invece di portarmi a Cremona. Io non so come cantai quella sera, se bene o male, ma il pubblico che aveva saputo dell'incidente mi decretò un trionfo come non ne avevo mai avuto.

Nel 1944 mette in repertorio altre opere Tosca ed entra per la prima volta con Manon Lescaut, nel ruolo di Des Grieux, in cartellone alla Scala:

presi parte ad una festa alla quale partecipava anche il maestro Marinuzzi che mi aveva già conosciuto al conservatorio (ero molto amico del figlio Gino, prigioniero in Germania): con me c’era sua nipote… fatto sta che qualcuno comincia a dire che avevo una bella voce, che cantavo (e detto tra noi avevo fatto almeno venti audizioni alla Scala, col mio maestro di armonia Carlo Gatti, il musicologo, che diceva sempre che non ero pronto). Ed io gli faccio presente che c’eravamo già conosciuti in Conservatorio. “Sì, ricordo la tua faccia da scugnizzo. Adesso che cosa ci canti?” fa lui. Naturalmente cerco di tergiversare, dicendo magari che non c'erano le musiche... figurarsi, dire a Marinuzzi che non c'erano le musiche (all'epoca sapevano tutto a memoria!). Gli canto un pezzo della Manon Lescaut che – ma guarda un po' che combinazione! - era in cartellone alla Scala. Così ebbi la parte da doppio e una recita!

Si diffonde rapidamente la notizia che Annaloro ‘canta bene’, viene scritturato dalla Parasindacale (una sorta di cooperativa voluta anche da Mussolini) sotto la direzione artistica di Walter Mocchi.

Alla fine del 1944 inaugura la stagione nel Teatro Regio di Torino sempre con Manon Lescaut. A Torino esegue anche Bohème con Mafalda Favero.

All’inizio del 1945 è a Piacenza per Tosca, dopo a Parma con Butterfly e La bohème in cui debutta Renata Tebaldi... nel cast c'è anche Emma Tegani a cui era legato da grande stima ed artistica amicizia.

Continuano le peripezie...

poi di nuovo Milano, dove trovo una scrittura per Bologna con Cappelli la Bohème al Manzoni con delle critiche meravigliose... beh, lasciamo perdere... tre giorni di viaggio, bis della Gelida manina, insomma una rivelazione. Tant'è che torno a casa e trovo pronta Genova, il Grattacielo, per Bohème con la Favero e Cavalleria. Per fortuna a Milano rubano la macchina del Podestà che avrebbe dovuto portare me, la Favero e Gino Vanelli. Per fortuna ho detto: perché lungo la strada per Genova i partigiani fecero fuori tutte le macchine: figurarsi quella del Podestà! Noi procedemmo per Genova con mezzi di fortuna.



Durante il viaggio per monti e valli la Favero disse “E se ci mettessimo a cantare?”... ma ti pare che in mezzo alle montagne ci si poteva mettere a cantare?! Beh, insomma arriviamo a Genova: dopo due recite meravigliose di Bohème avevamo la prova generale di Cavalleria per i tedeschi, senonché il mio amico giornalista Bidone mi dice che è inutile andare a teatro perché stanno arrivando gli americani. Infatti stavamo al Grande Albergo Columbia e vedevo che tutti i tedeschi erano in procinto di partire: alla sera i fascisti volevano far la pelle alla Favero e a me perché sostenevano che eravamo contenti…

Come se non bastasse, il giorno dopo la partenza dei tedeschi e dei fascisti, i partigiani si ritrovarono uno di loro ammazzato davanti al nostro albergo. Scatta subito la decimazione (ossia avrebbero fatto fuori per vendetta un certo numero di noi) e alle sette di mattina ci fanno scendere per scegliere quelli da fucilare. In albergo con noi c'era da una settimana un individuo che non so chi fosse, ma che ricordo giocherellava sempre con una specie di bomba a mano. Interviene questo, lo salutano militarmente e ci lasciano perdere.

Io però mi ero spaventato, e pensai che era meglio lasciare l'albergo: così mi rifugiai a casa di un'amica genovese, e ci rimasi per una settimana. Quando tornai, seppi che me ne era capitata un'altra: i partigiani sapevano che lì c'era un tedesco (che c'era sul serio: era Rof Rapp, il marito di Nives Poli che tenevamo nascosto), e nel cercarlo avevano trovato la mia divisa di Butterfly, da ufficiale americano. La Favero dàgli a dire che ero un tenore, loro che ero un tenente, no: tenore, no: tenente... insomma se ci fossi stato certamente mi avrebbero fucilato. Dopo magari avrebbero anche chiesto scusa, ma sai a me quanto me ne sarebbe importato!

Poi arrivarono gli americani, ed io rimasi l'unico civile in albergo, in mezzo a colonnelli e generali: volevano mandarmi via, ma io mi opposi dicendo che quella era Italia, che io ero italiano e che quindi non mi sarei mai mosso di lì. Anche loro non si opposero, altrimenti se avessero voluto mi avrebbero preso in due e mi avrebbero sbattuto fuori... quante fesserie! Ma ero giovane, e mi pareva che tutto mi fosse permesso. E sai com'è... Comunque proprio in quell'albergo io personalmente concordai con gli americani la riapertura del teatro: non ricordo se ripetemmo Bohème con la Favero, ma di sicuro facemmo Cavalleria. Poi lasciai Genova.

il dopoguerra


A Milano sempre nel 1945 canta Cavelleria rusticana al Castello Sforzesco all’aperto, proprio quella sera muore Mascagni:

io vado dal direttore d'orchestra, il maestro Terni che era ebreo e che aveva sofferto e gli dico: “Maestro, ma nessuno vuol dire una parola sulla morte dell'autore dell’opera che stiamo eseguendo?”. Era proprio il primo di agosto, e aggiungo: “E' una vergogna, io non canto!” Lui mi guarda e aggiunge: “Hai ragione! E io non dirigo.” Così imponemmo al Comitato di Liberazione di annunciare la morte di Pietro Mascagni: loro mescolarono l'annuncio alla reclame del dentifricio Clorodont... ma lo dovettero annunciare.

Partecipa insieme ad alcuni tra i più grandi artisti dell’epoca alle iniziative culturali degli alleati, esegue Cavalleria e Tosca a Trieste:

Anche qui il 3 novembre ne ho vissute di cose drammatiche: era San Giusto e ci fu la prima manifestazione italiana, poi una contro manifestazione slava; abbiamo visto prendere e portar via la bandiera italiana (noi alloggiavamo all'albergo Milano, proprio davani al palazzo dove avevano impiccato quindici italiani) e dàgli ad arrabattarci con un americano per togliere la bandiera slava e mettere quella italiana... la sera a teatro io volevo gridare “Viva l'Italia!” anche se tutti mi pregavano di non farlo… perché il maggiore inglese Herskins mi aveva detto: “No, per favore, altrimenti dobbiamo chiudere il teatro.”. C'era anche il direttore De Vecchi, tutti lì ad aspettare... e così me ne stetti tranquillo, ma proprio a malinquore.



A Padova avevo cantato già una volta, Andrea Chènier, subito dopo Napoli col baritono Antenore Reali, forse il più grande Jack Rance che abbia mai sentito: venne anche Pertile a dirmi che ero stato molto, molto bravo, grande... Comunque adesso ci vado per Tosca, poi Bologna, poi De Tura che mi fa venire a Roma.

Il 1946 è un anno molto importante:

sono chiamato anche dalla Scala per farmi sentire da Toscanini (questa era la riprova che davvero avevo fatto cose egregie). Ci vado, presentato da Votto che mi accompagna al piano, nella sala gialla (era un'audizione regolare) e ci trovo pure Pertile, il coccolo del maestro, che faceva parte della sua corte. Canto le tre arie della Manon Lescaut, molto bene, ma la sua preoccupazione è quella relativa al mio aspetto, troppo giovanile per la Scala!!! Allora chiedo a Pertile di dire al maestro com'ero andato a Padova, in quello Chènier che lui aveva tanto lodato nel mio camerino: e lui, di fronte a Toscanini: “Mi? Ma mi non t'ho mai conosciuto!”. E così finì nel nulla la mia occasione con Toscanini, che fece cantare Malipiero.



Nell’agosto, verso la fine, anche se i libri sulla Scala dicono settembre, feci Cavalleria al Palazzo dello Sport con la Stignani, e poi andammo ad Abbiate Grasso col tram (sta a sedici chilometri da Milano) per cantare in un grosso spettacolo messo sù per celebrare il centenario della locale Banda Musicale, evidentemente molto importante: io feci Cavalleria e Fiorenzo Tasso i Pagliacci. Dirigeva – come un padreterno – Sergio Failoni... Ormai il periodo di guerra era passato da un pezzo.

La carriera


Il corriere del teatro - Appunti di un'intervista 1949

Tornando alla carriera penso che ormai sia inutile stare a parlare perché si tratterebbe di citare una lunga serie di tante date, tanti teatri, tutti i più importanti e titoli. Ritengo invece che sia importante puntualizzare bene quello che è il mio criterio esecutivo. Ho sì novanta opere in repertorio, e tutte cantate, ma credo che per me le più importanti siano state quelle in cui il personaggio ha modo di evidenziarsi attraverso la musica e il gesto che ne deriva.

Proprio in tal senso importante e ‘decisiva’ è la sua collaborazione con Ildebrando Pizzetti nel 1947 con la prima assoluta alla Scala de L’oro.

Dico 'decisivo' perché io e lui ci eravamo già incontrati almeno due volte: la prima in conservatorio di cui era stato direttore (venne con Pick Mangiagalli, così per vedere un po', per sentire... e gli ero piaciuto, ma non mi aveva preso), poi nel '42 per Orseolo qui al Reale (e prese Ferracuti) infine a Milano quando la Scala mi propose di fare l'Oro. Lui arriva, giustamente dice che non mi conosce e mi vuole sentire: allora col maestro Piazza (era il ripassatore di spartiti) mi preparo una cinquantina di pagine di quest'opera e le interpreto a modo mio. Lui mi sente e mi dice: “A parte il maestro Piazza, che so che è bravo… ma chi ha insegnato a Lei a cantare la mia musica così?”. E io: “Maestro, non mi ha insegnato nessuno. È scritta così e a me viene istintivo cantarla in questa maniera.”. Così presi la parte, debutto in Prima Assoluta entusiasmo della moglie di Toscanini che voleva farmi fare Chènier al posto di Gigli... Purtroppo avevo un contratto col Cairo (che includeva anche Alessandria), ove andai, cantai quattro opere e in più mi sposai con una donna molto importante della nobiltà egiziana (il matrimonio poi si è sciolto nel 1955, dopo otto anni).

Antonio Annaloro il tenore più scritturato, Gazzetta Veneta, Padova 17 Marzo 1949 vignetta di Fanciulla del West

Entra così nel giro dei grandi teatri italiani: Palermo, Catania, Genova, Napoli, Parma, Roma, La Scala di Milano.

In quell'anno, il 1947, solo alla Scala tra Giugno e Ottobre esegue Butterfly, Tabarro e Siberia.

A Roma tra il teatro dell’Opera e le Terme di Caracalla esegue sei opere: Butterfly (al chiuso e all’aperto), L’oro, La Gioconda, Andrea Chénier, Turandot, è Folco in Isabeau con Benvenuto Franci.

quotidiano del 1950 foto di Mafalda Favero e Antonio Annaloro in Zazà tratta da un quotidiano del 1950

Alla radio Francesca da Rimini di Zandonai che nel 1948 viene rappresentata anche in palcoscenico a Bologna e a Mantova.

Nel 1949 esegue al Teatro Massimo di Palermo Re Ruggero di Karol Szymanowski, per la prima volta in Italia in occasione del Festival internazionale di musica contemporanea.

Sempre di Ildebrando Pizzetti esegue nel 1949 la prima assoluta di Vanna Lupa per il Maggio Musicale Fiorentino con Gianna Pederzini e Mafalda Masini; nel 1951 la première scenica di Ifigenia sempre per il Maggio Musicale Fiorentino con Rosanna Cartieri, Elena Nicolai, Giangiacomo Guelfi, con le scene di Giorgio de Chirico; e la La figlia di Jorio nel 1955 nel Teatro Nuovo di Torino.

Giordano, Alfano e Pizzetti hanno abbracciato Annaloro, Giornale dell'Isola 3 Maggio 1949

Memorabile la sua interpretazione in Cyrano de Bergerac di Franco Alfano nel 1949 con Maria Carbone e Antenore Reali. In seguito, lo stesso Alfano, che per quindici anni aveva negato l’esecuzuine dell’opera, per mancanza di un interprete adeguato, lo vuole al teatro Massimo di Palermo per la ripresa nel 1953.

commemorazione pucciniana del 1956

Il suo nome si lega ad importanti rappresentazioni, nel 1954 è addirittura Joseph K. in Der Prozess di Gottfried Von Einem al Teatro San Carlo di Napoli con la direzione del Maestro Artur Rother; è Canio in Pagliacci nel 1955 con la direzione del Maestro Arturo Toscanini al Teatro dell’Opera di Roma.

Da sottolineare, anche, l’edizione del Festival pucciniano di La fanciulla del West del 1956 a Torre del Lago con Elisabetta Barbato, Piero Guefi, con la direzione del Maestro Argeo Quadri.

Il tenore 'russo'


Fu il tenore che rappresentò l'opera Russa in Italia:

foto di Leyla Gencer e Antonio Annaloro ne La dama di picche tratta da un quotidiano del 1961

Di Serghjej Prokofiev esegue nel 1953 Il Giocatore al Teatro San Carlo di Napoli con Elisabetta Barbato ed Elena Suliotis.

Nel 1955 L’angelo di fuoco, nel ruolo di Mefisto, nel Teatro La Fenice di Venezia con la direzione del Maestro Nino Sanzogno e la regia di Giorgio Strehler.

Nel 1957 sempre nel Teatro La Fenice di Venezia esegue Boris Godunov di Modest Musorgskij.

Celebre la sua interpretazione in La dama di picche di Ciajkovskij al Teatro alla Scala nel 1961 con Leyla Gencer, dove, a causa di un malfunzionamento di un dispositivo, improvvisa ben trenta battute di musica!

foto di Antonio Annaloro ne La dama di picche tratta da un quotidiano del 1961

Interpreta anche il Principe Igor di Borodin e comunque rimane legato alla letteratura russa grazie a Delitto e castigo di Arrigo Pedrollo eseguito nel 1953 al Teatro La Fenice di Venezia con Rosanna Carteri, diretto dal Maestro Argeo Quadri.

Le scene internazionali


Antonio Annaloro a cavallo fra Asia, Europa e Africa Un cantante innamorato

L’attività è intensissima anche sulle scene internazionali.

Acclamato più volte come Don José in Carmen sia in Italia che nel mondo e soprattutto in Spagna. San Sebastian, Barcellona e Madrid lo consacrano quale Don José d’eccellenza, tributandogli un enorme successo al pari dei più grandi interpreti spagnoli del ruolo.

Bozzetto nel ruolo di Don José in Cermen con dedica il Don José di Annaloro ha entusiasmato gli spagnoli da un quotidiano del 1949 Chénier ha elettrizzato San Sebastian da un quotidiano del 1949

Nella stagione 1957/58 esegue una prima assoluta per la Spagna The Saint of Bleecker Street di Gian Carlo Menotti.

Più volte presente anche nel resto d'Europa: Vienna, Zurigo, Stoccolma, Copenaghen, Parigi, Londra, Dublino, Malta...

entusiasmo degli egiziani Beniamino Gigli e Antonio Annaloro in Egitto tournée in Egitto 1950

In Egitto al Cairo ed Alessandria d’Egitto, in Sud Africa, negli Stati Uniti a New York.

inchiesta Gallupp in USA sulla lirica italiana nel 1950

Discorso a parte merita il Sud America, già meta di importanti tournée nei primi anni della carriera, che lo vede protagonista anche come impresario alla testa della G.A.L.A. (Grandi Artisti Lirici Associati) da lui fondata: un gustoso cartellone di opera italiana è proposto per sei mesi consecutivi, sui più grandi palcoscenici del continente sudamericano. Messico, Panama, Perù, Bolivia, Equador, Venezuela, Cile, Argentina…

Al termine della carriera è in Giappone a Tokyo e Osaka.

Il ritiro dalle scene


Al termine della carriera, nel 1963, lega il suo nome all’amico compositore e direttore Franco Mannino; il 28 febbraio è Cagliostro nella première al Teatro Massimo di Palermo ne Il diavolo in giardino, con la regia di Luchino Visconti.

bozzetto è siciliano il Don José applaudito a Caracalla da un quotidiano del 1963

Il 30 marzo esegue Il quadro delle meraviglie con il libretto di Andrea Camilleri nella première del Teatro dell’Opera di Roma.

Nel 1964 è di nuovo presente sulle scene del Maggio Musicale Fiorentino con Salomé di Richard Strauss.

Chiude definitivamente la sua carriera artistica nel 1967 sulle scene del Teatro Massimo di Palermo con Il gattopardo di Angelo Musco jr.

Vita privata


il Trovatore in Egitto ha trovato una principessa

Nel 1947 sposa al Cairo Amina El Baroudi appartenente ad una delle più antiche famiglie dell'aristocrazia egiziana. Il matrimonio fa molto scalpore anche per il fatto che Annaloro si converte alla religione musulmana. Fu un matrimonio burrascoso che si sciolse dopo otto anni.

Nel 1955 conosce a Palermo il soprano Luciana Serafini. Il loro matrimonio fu contrastato per vari motivi, ma complicato soprattutto dal fatto di aver aderito all'Islam. Del processo di riconversione si fece carico niente meno che l'allora Arcivescovo di Milano Montini, il futuro Papa Paolo VI, dopo aver ricevuto ampie testimonianze dall'ormai anziano sacerdote Don Angelo che da bambino ne aveva seguito la formazione spirituale presso l'Oratorio San Luigi Gonzaga.

Antonio Annaloro con la moglie Luciana Serafini, la madre Giuseppina nel giorno del suo compleanno, i figli Marco e Donatella i figli Massimo e Donatella nello stesso giorno del compleanno della madre Giuseppina

Nel 1956 finalmente si sposano nella Cappella dei Promessi sposi a Olate, perché, per pura casualità quella parrocchia era affidata proprio a Don Angelo.

Per 10 anni Annaloro — Serafini diventa un binomio artistico d'eccellenza. Dal matrimonio nascono i tre figli Massimo Cesare, Marco Stefano e Donatella Giulia.

Antonio Annaloro muore a Roma il 10 Luglio del 1996.

Luciana Serafini e Antonio Annaloro interpreti di Rose-Marie Luciana Serafini e Antonio Annaloro in Mas'Aniello